In questo momento preciso

A cura di Lidia

Se chiedessi ora a te, che stai leggendo queste parole, di fermarti un attimo e pensare alla cosa che ti preoccupa di più in questo preciso momento, cosa sarebbe?

Non posso conoscere la risposta, ma sono quasi certa che si tratti di qualcosa che ha a che fare con il campo “fisico” della nostra esistenza: qualcosa di materiale (casa, lavoro, soldi…) o corporeo (salute, bellezza, giovinezza…).

Noi tutti viviamo all’interno di un corpo fisico, un mondo fisico, un universo infinitamente fisico.

E’ dunque normale che la nostra mente sia impegnata a preoccuparsi di vivere in relazione con questa realtà nel modo migliore.

Ma ragioniamo un attimo.

Preoccuparsi… che significa? Deriva da PRE e OCCUPARE, nel senso di occuparsi prima di qualcosa che ancora non è accaduto, con la generazione di uno stato d’animo, di ansia e paura. Quindi vivere nella preoccupazione crea un’esistenza, una realtà vissuta in funzione della prevenzione di qualcosa che si crea “prima” nella propria mente, di qualcosa che, peraltro, non è detto che in effetti accada.

Trascorriamo molto tempo a preoccuparci di qualcosa che non possiamo prevedere con totale certezza (il futuro) tanto da renderci difficile vivere nel momento presente.

Eckart Tolle afferma che “l’attesa è uno stato mentale”. Cosa significa?

Desideriamo il futuro, viviamo per il futuro, in attesa costante di ciò che vogliamo o non vogliamo con tutto l’ardore possibile, ma questa continua spinta in avanti, intrisa di preoccupazione per lo più, rende impossibile la gioia per la semplice esistenza del momento presente, del puro entusiasmo del respiro nel “QUI ED ORA“. Ed ecco un’altra parola meravigliosa: entusiasmo.

Entusiasmo (dal greco): en (dentro) e thèos (dio). Il dio dentro, la divinità che intrinseca in ognuno di noi.

È il risvegliarsi di una forza che ci illumina e tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano, non esiste ostacolo che non possa essere abbattuto, non c’è collettività che non ne possa essere travolta, coinvolta e beneficiata.

C’è in effetti, in tutto questo, una grande lezione da imparare, anzi due:

la prima, “vivere il momento presente”, e

la seconda “vivere in relazione”.

L’uomo è un “animale sociale” e come tale, tra i suoi bisogni primari c’è proprio la relazione.

E’ nella relazione con i suoi simili che coltiva i propri progetti, i propri sogni, condivide preoccupazioni e fallimenti.

Molte teorie sostengono che, con la comparsa dell’Homo sapiens, il cervello umano ha cominciato ad ingrandirsi e a svilupparsi soprattutto a livello della regione della corteccia prefrontale, regione situata nella parte anteriore del lobo frontale del cervello.
Tale zona cerebrale è implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità, nella capacità di prendere decisioni e valutare rischi, nonché nell’espressione emotiva e nella modulazione delle relazioni. Questo aspetto è particolarmente importante perché ha aiutato l’essere umano, fin dai tempi in cui si doveva difendere da un ambiente particolarmente ostile come quello preistorico, a compiere azioni precise in accordo con i propri obiettivi ed in collaborazione con i propri simili.

Tale capacità di collaborazione e cooperazione non è meno importante oggi per fronteggiare la pressione a cui siamo sottoposti da anni in maniera non più “emergenziale” ma “ordinaria”.

In questa capacità umana c’è un aspetto che mi emoziona particolarmente: i bambini, già in età preverbale, possiedono delle nozioni morali e altri pilastri fondamentali della trama sociale umana, seppure ancora in maniera immatura.

Esistono svariati esempi di gesti generosi e disinteressati in bambini anche di pochi mesi verso i propri simili o verso esemplari di specie animali ed anche tra animali tra di loro, anche di specie diverse. Questo aspetto sembrerebbe lasciare intendere la possibilità che esiste una sorta di capacità di empatia e collaborazione innate in moltissime specie viventi.

Certo, sebbene la famosa “Teoria dei giochi” (in particolare il “dilemma del prigioniero”) sembrerebbe dimostrare che, in assenza di possibilità di un accordo preventivo (o della possibilità di punire chi non mantenesse un accordo stipulato), la strategia vincente è di non collaborare e che il premio maggiore lo si ottiene non collaborando e quello minore collaborando.

Io resto convinta (forse ingenuamente) che collaborare con altri nostri simili (nel pensiero, nei valori, nei progetti) sia sempre una strategia favorevole.

Fermiamoci un momento, ora, e pensiamo dunque:

cos’è che desideriamo più di ogni altra cosa IN QUESTO PRECISO MOMENTO?

Cosa desideriamo dalla relazione con gli altri nostri simili?
Quanto siamo disposti ad investire in un progetto comune?

“Quanto manca alla vetta?”
“Tu sali e non pensarci”

(F. Nietzsche, “La gaia scienza”)

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immagine di copertina: https://quieora.altervista.org/

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